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Assassin’s Creed: la recensione

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Un filo sempre più spesso lega letteratura, fumetti, videogame, serie tv. Un legame che, oggi più che mai, rende quasi impercettibile il confine che delinea i singoli media e spinge le proprietà intellettuali verso la creazione di un universo narrativo coeso e ricco di sfumature. Quando nel 2007 Assassin’s Creed fece la sua comparsa, qualcosa di nuovo e innovativo apparve a illuminare il variegato mondo dei videogame. Da quel momento non è mancata occasione per sfruttare l’enorme potenzialità dell’eterna lotta tra Templari e Assassini, e diverse sono state le iniziative – libri, fumetti – che si sono susseguite, alle quali si aggiunge adesso una pellicola che ha fatto il suo esordio proprio ieri, 4 gennaio 2017, nelle sale cinematografiche italiane. Diamo uno sguardo all’elettrizzante trailer per entrare nel giusto mood e poi passiamo ad analizzare il film.


Assassin’s Creed è diretto da Justin Kurzel e definirlo un adattamento è fuorviante per chi vuole approcciarsi a questa produzione. Come già annunciato in precedenza, infatti, il film non presenta alcun capitolo già edito dalla saga videoludica bensì deve essere considerato come un nuovo capitolo che va ad espandere il canone. Protagonista è Callum Lynch (Michael Fassbender), criminale condannato a morte per aver commesso un omicidio e salvato dall’intervento di Sofia Rikkin (Marion Cotillard), dottoressa della Abstergo Industries. Dietro questo nome, in realtà, si cela la moderna incarnazione dell’Ordine dei Templari, intenta a recuperare la Mela dell’Eden, all’interno della quale si troverebbe il codice genetico per eliminare definitivamente il libero arbitrio. A difesa di quest’ultimo troviamo proprio gli Assassini di cui Callum è un discendente. Portato in salvo nell’avveniristico palazzo dell’Abstergo, Call compie un viaggio indietro nel tempo – nella Spagna del XV secolo travolta dall’Inquisizione – grazie a uno strumento conosciuto come Animus, che permette di rivivere i ricordi genetici custoditi in ognuno di noi. Scopre così di essere l’erede di Aguilar de Nerha, e la sua missione è quella di recuperare la Mela e consegnarla alla dottoressa Rikkin, intenzionata a debellare la violenza dal genere umano. Diametralmente opposto, invece, è l’approccio del padre di Sofia, Alan (Jeremy Irons) e dei Templari, i quali hanno intenzione di utilizzare la Mela per controllare il mondo.

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La pellicola, dunque, si muove su due linee temporali differenti e l’Animus funge da raccordo tra il nostro presente e il 1492. Libero dai vincoli imposti da un eventuale adattamento di uno dei fortunati capitoli di Assassin’s Creed, Kurzel realizza un film che ha una trama troppo pretenziosa che nel finale tira in ballo anche personaggi storici importanti, riproponendo teorie cospirazioniste tanto care a Dan Brown e che hanno decretato il successo di un romanzo mediocre come Il Codice Da Vinci. A differenza di quest’ultimo, però, che pur sbagliando adduceva delle fantasiosi teorie a supporto della tesi iniziale, il regista non si preoccupa minimamente di offrire delle solide basi sulle quali poggiare le proprie dinamiche narrative, nascondendo questa pecca attraverso altre soluzioni.

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Quest’aspetto, ovviamente, penalizza oltremodo un film che anche nelle ambientazioni non riesce a convincere completamente. Uno dei punti di forza del videogame era proprio la capacità di trasportarci in scenari storici mozzafiato perfettamente ricostruiti, dalla grande resa realistica. Nel film, invece, sia nei segmenti ambientati nel passato che in quelli presenti, il regista sovente ricorre a nebbie, nubi, fumogeni per occultare lo sfondo e mortificare, così, l’enorme lavoro di produzione. Quando la telecamera stringe e impazzano i combattimenti o le fughe acrobatiche, il film accelera in maniera notevole, riesce a creare il giusto thrilling nello spettatore che, finalmente, si sveglia dal torpore in cui le scene ambientate nel presente spingono. Nell’asettico palazzone dell’Abstergo dalle atmosfere algide e pompose, infatti, tutto si muove in maniera lenta e sconclusionata, con dialoghi spesso davvero poco incisivi.

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A reggere le sorti del film, quindi, oltre agli inseguimenti in stile parkour e gli scontri in cui si fa un grande sfoggio di arti marziali, contribuisce anche l’interpretazione offerta dai singoli attori. Su tutti spicca la prova di un Fassbender tirato a lucido e a suo agio nel ruolo di Assassino. Bene anche la prova della Cotillard, della bella Ariane Labed (membro dell’Ordine degli Assassini al fianco di Aguilar) e di un Jeremy Irons davvero espressivo, autore di una prova teatrale dal grande impatto. Non è di certo facile cercare di bissare il successo del videogame senza poter giocare la carta dell’interazione tra spettatore e storia. Kurzel prova a colmare questa mancanza attraverso una storia in bilico tra introspezione e azione, momenti di profonda lotta interiore (presente) e scontri fisici (passato), che dovrebbero creare empatia con il personaggio principale e far rivivere sul grande schermo l’esperienza di vita di Callum. Il tentativo, per quanto apprezzabile, resta non del tutto riuscito.

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In conclusione, buona l’idea di staccarsi dal videogame realizzando qualcosa di nuovo che va a inserirsi nel già vasto universo narrativo di Assassin’s Creed, ma resta fedele ai temi già trattati; bello il character design che rispecchia fedelmente quello originale, divenuto ormai iconico; belli i combattimenti e le scene d’azione, punto di forza della pellicola; male la storia, il suo sviluppo e il suo obiettivo finale. Un film diverso da tutti gli altri ispirati ai videogiochi, che prova un approccio diverso a questo tipo di sfida (tanti sono i flop che si sono susseguiti nel passato), ma non centra il bersaglio. Non ci resta che attendere lo sviluppo dei prossimi capitoli cinematografici sperando che dagli errori commessi si riesca a tratte le dovute considerazioni e aggiustare il tiro di una pellicola che funziona solo a metà.

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