Interviste

Joe Bonamassa: “This Train” – Intervista

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Blues Of Desperation” è il nuovo album di Joe Bonamassa, l’attuale nome di punta dell’intera scena blues mondiale, in grado di rivaleggiare con i nomi storici del genere. Non a caso a 12 anni Joe ebbe l’onore di aprire per un certo B.B. King. In questo dodicesimo studio album il chitarrista ripropone solo brani originali, con una vena rock più accentuata. Grazie a Mascot Label, vi proponiamo alcuni estratti di una lunga intervista a Joe Bonamassa dedicata proprio all’uscita del suo nuovo lavoro in studio.  


Joe, qual è stato l’obiettivo che ti sei posto con questo nuovo album?

Penso che il nuovo album “Blues Of Desperation” sia un’estensione di ciò che abbiamo fatto con “Different Shades Of Blues”. Quella fu l’occasione per registrare un’album composto totalmente da brani originali. Ne feci uno a inizio carriera ma non ne fui mai contento, quindi mi rifiutai a lungo di comporne un altro simile, persi in qualche modo la fiducia in me come compositore.

Alla fine tre anni fa con Kevin Shirley ci decidemmo a comporre un altro album completamente originale. Fui così contento del risultato che ho deciso poi di farlo ancora, fondamentalmente con lo stesso processo. Ho cercato di migliorarmi e di sfidare non solo me stesso ma anche l’ascoltatore.

Hai lavorato da solo questa volta a livello di scrittura o hai ingaggiato ancora una volta dei collaboratori esterni, produttori e songwriters di Nashville?

Ho utilizzato lo stesso team del precedente album, aggiungendo un elemento, Tom Hambridge che ha scritto con me il brano “Mountain Climbing”. Ho lavorato in modo molto facile e veloce con James House: è stato fantastico. Ho scritto la maggior parte dei brani con Jerry Flowers e con Jeffrey Steel, eccezion fatta per un brano che ho scritto completamente in autonomia. Poteva capitare che arrivassi in studio con tre quarti di brano completo e viceversa da parte dei miei collaboratori. E’ successo così per “How Deep The River Runs” su cui ho lavorato con James House che ne ha scritta gran parte. In generale però il clima in studio era molto collaborativo e spontaneo.

So che hai registrato l’album praticamente in cinque giorni, un periodo di tempo molto breve per gli standard attuali

La cosa fondamentale è che cerco di arrivare in studio già pronto per registrare. Non sono solito comporre in studio di registrazione, cerco di arrivarci col materiale pronto. Arrivo dalla vecchia scuola: “Abbiamo 10.000 dollari per registrare l’album e cinque giorni di studio”. Il plus è avere una grande band non solo sul palco ma anche in studio. Questo mi aiuta moltissimo. Quando hai una band così coesa e preparata, puoi permetterti di registrare due-tre brani al giorno. Siamo entrati con 11 brani e abbiamo registrato quegli 11 brani, senza extra. Poi c’è stato sicuramente del materiale aggiunto poi, qualche overdubs o ad esempio i cori femminili e i fiati, ma quelli sono stati registrati in un momento successivo. In cinque giorno i brani erano pronti ma non abbiamo corso per portare a termine il lavoro.

Hai registrato i tuoi ultimi lavori a Nashville che sembra rimanere l’ultimo baluardo del music business, con una scena ancora fiorente a livello di professionisti, musicisti, studio di registrazione. Come vedi il futuro della musica?

Non so come sarà la scena tra dieci anni e sicuramente neppure come lo sarà tra 20. Non andrà meglio nel senso che ormai le persone hanno identificato la musica come qualcosa di gratuito. La il costo di produrre musica esiste ancora. Però ci sono esempi interessanti, come gli U2 che hanno regalato l’ultimo album. Questo è stato, secondo me, l’innesco di qualcosa di differente. La realtà però è che l’unico modo di produrre un nuovo album è riuscire a vendere il precedente. Se non avessimo venduto bene “Different Shades Of Blues”, non saremo riusciti a fare “Blues Of Desperation”. Sarà comunque interessante vedere che succederà, sia sul lato concertistico sia per quanto riguarda il mercato discografico.

Parlaci del titolo dell’album “Blues Of Desperation”

Sono sempre stato un fan del “blues disperato”. Ho sempre sentito mia quella sensazione di avere le spalle al muro, di dover sfuggire da qualcosa, sia come artista che come persona. Ma non è mi è mai stato chiaro quale sia quella cosa da cui sfuggire. Sono in una costante fuga, in costante scalata su una montagna che non finisce mai. In qualche modo questa visione può descrivere anche lo stato attuale della musica che amo e che ho suonato da per 30 anni. Non so se siamo alla resa dei conti finale, ma poco ci manca. Quando ho iniziato il mazzo di carte era ancora a mio favore: 20 anni fa ai tempi dell’inizio della mia carriera solista, c’era tantissimo fermento. Ora la situazione è cambiata; tantissimi di quei piccoli e medi club dove ho iniziato a suonare girando in lungo e in largo gli States ora non esistono più. Io sono fortunato perché suono ormai in venue più grandi e importanti, ma la base inizia a mancare.

E infine parliamo dell’artwork, di chi sono quelle mani?

Assolutamente non mie. Stavamo discutendo durante lo scorso luglio io e Kevin riguardo al titolo e all’artwork. L’idea originale era quella di “Blues Of Desperation” e ci venne questa idea delle mani e Kevin trovò questo dipinto con le mani. Poi partii in tour e tra una data e  l’altra mi chiamarono dicendomi che quel titolo per l’album era troppo oscuro. Allora mi proposero “Drive”, il titolo di uno dei brani dell’album. In quel momento ero troppo preso dal tour e diedi l’ok ma quando tornai capii che non era la cosa giusta. Il concept originale era “Blues Of Desperation” con l’immagine delle mani. Stop. Quindi chiamai il mio manager e chiesi di gestire la cosa ritornando all’idea originale. Le mani che vedi sull’artwork sono quelle di una persona che ha lavorato in un ranch in Northern California per 40 anni. Se guardi l’artwork la domanda che può venirti è: cosa si nasconde dietro a queste mani di così interessante da farne un album? Magari è una cosa che può intrigare. Alla fine tornammo quindi al titolo originale e penso funzioni benissimo.

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