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Logan – The Wolverine: La recensione

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Era il 2000 quando per la prima volta l’attore Hugh Jackman portava sul grande schermo Wolverine, il mutante con gli artigli di origine canadese. Ben diciassette anni e nove pellicole sono passate, tra cameo, ruoli da protagonista e una trilogia di film in solitario che si conclude in questi giorni con Logan – The Wolverine, ultimo toccante capitolo di una epica cavalcata, diretto da James Mangold.

Siamo nel 2029, in un mondo in cui gli X-Men sono scomparsi e i mutanti sopravvissuti sono davvero pochi. Le nascite di nuovi homo superior sono ridotte a zero e il destino di questa razza sembra ormai segnato. L’umanità prosegue la sua corsa verso il nulla in maniera uguale alla nostra, sebbene il cinismo, la violenza e la desolazione siano aumentate in maniera esponenziale. L’uomo che un tempo era una macchina di morte perfetta, oggi è invecchiato – il suo fattore rigenerante non è più in grado di ricucire tutte le ferite – e si fa chiamare semplicemente Logan. Abbandonati Blackbird e tute attillate e sgargianti, oggi Logan trascorre le sue giornate guidando una limousine, con la quale scarrozza avanti e indietro giovani insensibili e viziati, e prendendosi cura del suo maestro, Charles Xavier (Patrick Stewart). Quello che un tempo era il più grande telepate, ora è stato colpito da una malattia neurodegenerativa che lo rende pericoloso e fuori controllo.

I due vivono come rifugiati, nascondendosi, insieme a Calibano (Stephen Merchant), mutante dotato di un radar naturale in grado di localizzare altri della loro stessa razza.  Una vita in bilico tra un passato, caratterizzato da morte e sofferenza, e un futuro incerto, da costruire giorno dopo giorno. Una routine che viene interrotta dalla richiesta di una donna, la quale offre a Logan un’ingente somma di denaro per condurre oltre il confine con il Canada Laura (Dafne Keen). Questa bambina, all’apparenza taciturna e introversa, è ricercata anche dai Ravagers, gruppo di mercenari potenziati da innesti cibernetici, guidato da Donald Pierce (Boyd Holbrook). Il motivo è ben presto svelato: lo stesso gruppo di persone che anni addietro ha trasformato Logan in quello che è oggi, è riuscito a ricrearlo grazie a un campione del suo DNA. Laura è X-23, e ben presto dà prova di tutta la sua brutalità, come possiamo vedere nel secondo trailer diffuso.

Questo è la trama di Logan, un’avventura on the road tra scenari desertici e motel polverosi, in cui ben tre diverse generazioni di mutanti (Xavier, Wolverine e X-23) danno vita a una famiglia sui generis, in cui trovare un rifugio dalla disperazione in un’epoca in cui la disperazione è un fardello che accompagna l’esistenza degli abitanti della Terra. In quella che dovrebbe essere l’ultima pellicola dedicata a Wolverine, Mangold approccia il personaggio spogliandolo da ogni elemento supereroistico lasciando che a emergere sia il suo lato più umano. Invecchiato, stanco, divorato dallo stesso adamantio, che l’ha reso “il migliore in quello che fa”, e dalle ferite del passato. Quelle superficiali sono state assorbite dal fattore rigenerante, ma quelle dell’anima recano cicatrici troppo profonde che grondano sangue.

E il sangue appare copioso in questo film. Mollati gli ormeggi, Mangold confeziona un film violento, duro, cinico, dallo sviluppo lineare e un ritmo blando che riesce a conquistare soprattutto grazie agli approfondimenti psicologici e i legami tra i diversi protagonisti. La violenza ironica, che si prende poco sul serio, che ha caratterizzato Deadpool, in Logan trova una dimensione ancora più diretta. L’azione non manca, anzi, è decisamente più brutale di tutte gli altri film (tanto che la visione è vietata ai minori di 14 anni), e vedere una bambina uccidere con quella efferatezza è qualcosa di sicuramente inedito che non mancherà di creare una sensazione disturbante nello spettatore.

Nella storia dei cinecomics sono davvero pochi gli attori che hanno saputo dare un volto e un corpo definitivi a personaggi nati su carta, e l’attore australiano ha saputo cristallizzare su celluloide le avventure di Wolverine in maniera così iconica che è difficile – per non dire impossibile – pensare a qualcun altro nel suo ruolo è davvero difficile. Ottima la prova della giovanissima Keen, e da brividi quella di Patrick Stewart, in costante equilibrio tra ironia e dramma.

In questi mesi che hanno preceduto l’uscita nelle sale si è parlato spesso dell’influenza che la miniserie Vecchio Logan, scritta da Mark Millar e disegnata da Steve McNiven. Il richiamo al fumetto non è così evidente, tutt’altro, rintracciabile più in alcune scelte visive che non di contenuto. Logan non è un film perfetto, sia chiaro, ma di sicuro è il migliore dei tre del franchise Wolverine, e uno dei più riusciti in assoluto del brand degli X-Men.


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