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Ghost In The Shell: La recensione

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Come sovente accade per gli adattamenti cinematografici di classici – siano essi romanzi, fumetti, manga o altro – la diatriba tra i fan più oltranzisti dell’opera primigenia e i neofiti è sempre viva e accesa. Nel caso, poi, di volumi che hanno influenzato in maniera decisiva un media, lo scontro può sfociare nell’oltranzismo più ottuso e portare a prese di posizione ottuse, non obbiettive nella valutazione del prodotto finale. Sin da quando era stato annunciato l’adattamento live action diretto da Rupert Sanders di Ghost In The Shell – manga poliziesco-fantascientifico creato da Masamune Shirow (1989) e divenuto, successivamente, anche un anime di successo, grazie al lavoro di Mamoru Oshii (1997) – non sono mancate polemiche e stroncature a priori, senza concedere alla pellicola nemmeno una possibilità. La scelta dell’attrice Scarlet Johansson come protagonista del film, poi, ha prestato il fianco a ulteriori critiche di ogni sorta che, solo l’arrivo nelle sale ieri 30 marzo 2017, può fugare.


Ghost In The Shell è ambientato in un futuro ipertecnologico, nella città di New Post City, in cui gli esseri umani sono potenziati con innesti cibernetici che ne potenziano le abilità. Al centro della scena c’è lei, il Maggiore Mira Killian (Scarlett Johansson), primo cyborg della sua specie prodotto dalla Hanka Robotics. In pratica, in un corpo robotico è stato impiantato il cervello di una donna. In questa nuova condizione fisica il Maggiore è a capo della task force Sezione 9, una squadra di pronto intervento contro il cyberterrorismo e i delitti tecnologici. Durante un’operazione Mira entra in contatto con il misterioso hacker Kuze (Michael Pitt), sulle cui tracce si lancia la task force. Tante le insidie che incontrano lungo l’indagine – in particolare bisogna scoprire cosa si nasconde dietro il Progetto 2501 – durante la quale Mira ritrova tanti dettagli sul suo passato, riuscendo anche a scoprire la verità sulla sua storia.


Il progetto, dunque, presenta uno sviluppo differente rispetto alle opere sopracitate, non tanto per la trama, quanto per il substrato ideologico posto alla base dell’affascinante impalcatura narrativa del manga. In particolare, l’aspetto che più colpisce, è la totale assenza di un richiamo alla profondità concettuale di Shirow: il messaggio “religioso” – l’importanza dell’anima e la sua supremazia sull’involucro – traslato in una realtà futuristica e ipertecnologica viene spogliato dall’intento originario dell’autore, preferendo realizzare un film in cui la protagonista si pone alla ricerca del suo passato. La protagonista della pellicola, infatti, è un in bilico tra il mondo umano e quello robotico, non trovando una giusta collocazione né in uno né nell’altro, spingendola in un cammino di ricerca che la conduce alla consapevolezza di sé stessa.


Questo è sicuramente il pomo della discordia, l’elemento incontrovertibile che genera discussione e spaccatura. Per i fan di vecchia data si tratta di una depauperazione di una delle opere a fumetti più belle in assoluto mai prodotte. Per chi arriva in sala senza aver letto una sola pagina del manga, lo spettacolo è senza dubbio d’impatto e affascinante. Pur nella sua semplicità e poca originalità, il Ghost In The Shell di Sanders conquista, soprattutto, per “l’involucro”, per la sua veste. Il ché è quasi paradossale se pensiamo al significato primigenio del manga. Sul grande schermo, infatti, si alternano concitate scene d’azione, inquadrature a volo d’uccello, slow motion e città futuristiche, riuscendo a rendere giustizia – in questo caso sì – e riprendere le ambientazioni tanto dell’anime di Oshii che al manga di Shirow.


La visione fluisce di questo poliziesco dalle tinte fantascientifiche con un buon ritmo, tra scontri corpo a corpo, inseguimenti e momenti più introspettivi in cui emerge l’ottima interpretazione di Scarlett Johansson (da sottolineare il lavoro sulla voce e il fisico operato sull’attrice) e di Michael Pitt nel ruolo di Kuze. Il live-action impressiona anche per le atmosfere colorate, futuristiche, davvero riuscite e per la componente tecnologica, costruita in maniera davvero affascinante.


Ci aggrappiamo ai ricordi come se ci definissero. Ma è quello che facciamo a definirci.

Così si chiude Ghost In The Shell, e sembra quasi la chiave di lettura del film. Non guardare ai “ricordi” (il manga) ma concentrarsi su ciò che facciamo (il film). Provare a spogliarsi di ogni pregiudizio o sovrastruttura mentale, e provare a fruire del prodotto per quello che è, un’opera autonoma rispetto al manga. Non ci troviamo di fronte a un film imperdibile ma, di sicuro, una pellicola piacevole e funzionale.

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